Ciao sono Gli Svaccati
Vedi il mio profilo


Febbraio 2007

DLMMGVS
1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Febbraio 2007

Grande concorso sul Blog dei Sistemisti!

di Gli Svaccati (06/02/2007 - 16:51)

Eccolo qua!
http://sistemisti.blog.dada.net/

E usciamone vittoriosi!

Lungo ma intelligente ! (Da fiorentina.it)

di Gli Svaccati (06/02/2007 - 15:36)

"Scusate... sono Ermanno Licursi". Un articolo per riflettere   

Vi proponiamo uno scritto inviatoci dall'amico, e grande tifoso Viola, Barattistuta (che ringraziamo sempre sentitamente), uno scritto che consigliamo vivamente di leggere a tutti i nostri lettori:

Salve, salve a tutti. Scusate se non so esprimermi troppo
bene, scusate se vi sembrerò goffo. Mi chiamo, anzi mi
chiamavo, Ermanno Licursi: dico mi chiamavo, perché sono
morto.

Sono morto per una partita di calcio, sapete. Facevo il
dirigente di una squadretta di terza categoria dilettanti,
la Sammartinese , con sede a San Martino di Finita
(Cosenza). Per favore, abbiate rispetto verso un morto e
non datemi ad intendere che sapete dov'è, San Martino di
Finita. Vi vedo smanettare su Google Earth, San Martino di
Finita, Italy. Così come, di sicuro, ignorate dove sia
Luzzi. A Luzzi ci ero andato ad accompagnare la
Sammartinese che giocava con la Cancellese. Terza
Categoria, girone D calabrese. Sono morto a botte. Al
termine della partita. Dicono per un calcio al collo
tiratomi da qualcuno della Cancellese, ma che ne so io, non
è compito mio stabilire come sono morto. Ci penseranno le
autorità, a quello. Io so soltanto che
avevo 41 anni, un lavoro, una famiglia, e che per passione
seguivo 'sta squadretta di paese. Per questo sono morto.
Per questo i miei figli non hanno più un padre. Per questo
mia moglie non ha più un marito.

Sono qui a scrivervi questa cosa perché, devo dirvelo, sono
incazzato nero. Non solo perché mi è toccato morire a 41
anni in questo modo idiota, per di più mentre cercavo di
mettere pace in mezzo a una rissa scoppiata per una partita
di calcio del girone D di terza categoria.
No, non solo per questo. Sono incazzato nero anche perché
mi sembra d'essere a me, di terza categoria, girone quel
che volete. Del girone dei Nessuno, sono. Del girone dei
Noncontiuncazzo. Sono sempre stato una persona tranquilla,
non ho mai fatto del male a nessuno; e allora mi sarà
permesso, almeno da morto, d'incazzarmi come una jena e di
scriverlo.

Il fatto è che, pochi giorni dopo il mio assassinio, è
accaduto un altro gravissimo fatto. A Catania. Durante il
"derby" fra Catania e Palermo, in serie A, anticipato al
venerdì perché in quella città doveva cominciare la festa
della santa patrona, Sant'Agata (nome che, in greco, vuol
dire "buona"). Intendiamoci, di rivalità di paese me ne
intendo; mi è toccato morire in questo modo cretino perché
dalle mie parti sono tutti "derby", di quelle ferocissime
sfide di paese che non vi immaginate neppure. Calcio sano
dilettantistico? Sano sport di provincia? Ma lasciatevi
dire, signore e signori, che davvero non ci capite niente,
voi là sotto. Qui, di sano, non c'è più niente. Ve ne
potrei dire, di cose. Vi potrei dire che, oramai, per un
rigore non dato, per un'espulsione di un giocatore, persino
per un angolo o una punizione, si rischia la guerra tra le
57 persone che sono a vedere la partita e i 22 che sono in
campo con le magliette sponsorizzate dalla Prosciutti
Caruso o dalla Lux Elettrodomestici di San Pantaleo Su Pe'
Monti.

Ma vi dicevo di Catania. Ecco, prima della partita di
Catania mi sono riservato un piccolo momento di orgoglio,
spero che mi capirete. Un minuto di raccoglimento tutto per
me. In serie A. Io, Ermanno Licursi, di cui nessuno aveva
mai sentito parlare, di cui nessuno avrebbe
ragionevolmente, e seguendo il corso naturale delle cose,
sentito parlare se non mi avessero massacrato a calci e
pugni allo stadio di
Luzzi. Ora, d'accordo che durante questo minuto di
raccoglimento si sentivano urla del tipo "Palermo Palermo
vaffanculo", oppure "Palermitani bastardi, dovete morire",
segno -giustappunto- del più civile e sentito raccoglimento
per la mia morte; ma mica potevo pretendere più di tanto.
Mi stavo dunque disponendo a seguire la partita in
collegamento su Sky (qui ci siamo direttamente nello sky e
il decoder è gratuito), quando mi sono accorto che fuori
dallo stadio
stava accadendo il finimondo. Una Cancellese-Sammartinese
moltiplicata cento, mille volte. Scontri armati. Ma che
dico, scontri armati, la guerra!

Alla fine chi la guardava più la partita. Dopo un po',
quassù, è arrivata un'altra persona. Poco più giovane di
me, un ragazzo di trentott'anni. Un ispettore di polizia,
stavolta. Tale Raciti. Ma porca della miseria cane e ladra,
un'altra partita di pallone e un altro morto. I nostri
sguardi si sono incrociati per un attimo, ma l'ho lasciato
stare. Si vede, poveretto, che gli giravano le scatole,
e non poco. Come non capirlo. Aveste dovuto vedere me i
primi momenti dopo che ero arrivato quassù. Non mi si stava
intorno. Ma nei prossimi giorni, spero di poter parlare due
secondi con lui; sì, lo spero proprio, ci tengo.

Non è mica colpa di quel povero ragazzo, anzi. Ci
mancherebbe solo questo. Quando si sarà un po' ripreso,
quando si sarà fatto -volente o nolente- una ragione
d'esser morto, e morto in questo modo, avrò sicuramente la
voglia di abbracciarlo, magari ce ne andiamo a bere un
caffè insieme (non Lavazza perché non la sopporto più
quella pubblicità imbecille ambientata da queste parti).
Sono incazzato con
quegli altri, quelli che sono rimasti laggiù. Con i
politicanti, con i giornalisti, con quella razzumaglia
d'ogni risma. Per me, Ermanno Licursi, dirigente di una
squadretta di serie zeta ammazzato negli spogliatoi al
termine d'una partita, non si sospende nessun campionato.
Nessuna legge speciale. Nessun articolo del grande
giornalista; solo qualche servizio relegato per pochi
giorni nei tg, solo articoli che dopo due o tre giorni son
diventati trafiletti di poche righe. Ma questo sarebbe
ancora niente. Questo lo potrei anche capire, non sono un
presuntuoso e so stare al mio posto.

Per me, no, nessun funerale in diretta televisiva. Nessun
arcivescovo che si è scomodato per dirmi il funerale. E,
soprattutto, nessun bel discorso su come "salvare il
calcio", nessuna ricetta magica, nessun modello inglese,
nessuna sfilata di siti internet di mezzo mondo con la
notizia in prima pagina. Niente di niente. Nessuna
sottoscrizione del TG5. Nessuna borsa di studio per i miei
figli. Tie', Locurso, Licursi o come cazzo ti chiami,
beccati 'sto minuto di raccoglimento e taci, e ringrazia
pure. Come si dice? De sciò mas go on. Se quei disgraziati
non avessero spedito quassù anche quel poveraccio di
poliziotto, a quest'ora altro che campionati sospesi. A
quest'ora, gran commenti sull'Inter schiacciasassi, su
Ronaldo, su chissà cosa.
Altro che partite a porte chiuse, altro che stadi a norma,
altro che tornelli, altro che scritte sui muri di Livorno,
di Piacenza o di San Diosagrato de' Volsci. Nulla. Nada.
Nix.

Ora, certo, forse sto esagerando. Anzi, no. Del resto, è
l'ultima occasione che mi resta per dire qualcosina; altre
non me ne saranno date; e lasciatemi sfogare. Di tutte ne
ho sentite in questi giorni.
C'era di mezzo un poliziotto, e allora giù a ritirare fuori
quell'altro poveraccio, come si chiamava, Giuliani, le
scritte sui muri, gli strepiti, e io che di Giuliani al
massimo conoscevo l'amaro medicinale. Ma che cavolo
c'entra? O forse c'entra, e sono io che non capisco niente.
Ma, del resto, sono solo un Ermanno Licursi qualsiasi,
dirigente della Sammartinese. Il mio nome, fra due giorni,
non dirà
più niente. Come, purtroppo, non dirà più niente quello di
Raciti.
Come non dicono assolutamente più niente quelli di
Paparelli, di Spagnolo, di Fonghessi, di Furlan, di
Filippini, di De Falchi. Come non dicono più niente quelli
di trentanove persone morte calpestate in uno stadio belga.
O quelli di quattro ragazzi morti carbonizzati in un vagone
ferroviario, la stessa fine che rischiò di fare un
ragazzino di quattordici anni a Firenze, tale Ivan
Dall'Olio.

E questi qui parlano di "tolleranza zero". La tolleranza
zero, mi permetto di dire e poi torno nel mio nulla eterno,
dovrebbe essere verso di loro. Verso il potere. Ma tanto
mica c'è niente da fare; de sciò mas go on, e ci goerà on,
cavolo se ci goerà on. Con qualche abbaiata del potente di
turno, con qualche legge, con qualche repressione che
colpirà da ogni parte tranne dove dovrebbe realmente
colpire. E così vi saluto. Ero un uomo tranquillo. Tornerò,
non abbiate timore, ad essere tranquillissimo. Per sempre.

--
*Riccardo Venturi*
Inviata da Barattistuta

 

Archivio Febbraio 2007